Home  Biografia   MediaLibri  Booktrailers

 

 

 

 

 

 

 

 

 

                                                               


          



 

 

 

 

 

Margot Saint Vire stava sonnecchiando, rannicchiata su una panca, quando la ridestò il rumore di una spranga passata sulle sbarre della cella dov’era rinchiusa con altre persone.

― Tutti in piedi. Ve ne andate! ― gridò uno dei carcerieri.

― Siamo liberi? ― chiese la ragazza seduta di fianco a Margot, alzandosi faticosamente, poiché era al settimo mese di gravidanza. ― L’aveva detto il commissario che ero qui solo per accertamenti. Sono una brava cittadina, io!

Margot la guardò tristemente. Chissà quanti ‘bravi cittadini’ erano stati rinchiusi in quella prigione, in quei giorni, quando Robespierre aveva impartito l’ordine di rastrellare tutti i parigini anche solo vagamente sospetti di attività controrivoluzionarie. Ormai i pretesti, veri o presunti, per arrestare le persone erano così tanti che lei non si era neppure chiesta quando e come aveva potuto tradirsi.

Nella cella il vocìo si fece eccitato. Cosa li aspettava? Sarebbero stati trasferiti in un’altra prigione, oppure sarebbero stati liberati? Margot non sapeva cosa pensare, ma quando la porta venne aperta usci dalla cella con la timida speranza che, forse, sarebbe stata davvero liberata.

Poi… poi tutto accadde molto in fretta.

Quando imboccarono il corridoio che portava all’uscita, l’agitazione cominciò a serpeggiare fra i prigionieri. Dall’esterno giungevano grida rabbiose: evidentemente, una gran folla doveva essersi radunata davanti alla prigione. Tutti esitarono confusi. Un ragazzo che camminava vicino a Margot venne spinto brutalmente in avanti; la ragazza incinta scoppiò a piangere. Un prete cominciò a pregare.

Margot esitò, guardandosi intorno disperata, cercando un’improbabile via di fuga. Non voleva uscire! Quelle grida sembravano arrivare da un branco di lupi affamati e lei non voleva trovarsi fra le loro fauci. Era evidente che le guardie li stavano liberando solo perché fossero giustiziati dalla folla inferocita, aizzata contro di loro dalla propaganda di Robespierre e dei suoi seguaci.

Con la coda dell’occhio vide uno dei carcerieri avvicinarsi, sentì due braccia afferrarla e un attimo dopo una mano prepotente le chiuse la bocca perché non gridasse. Fu sollevata come un fuscello e subito dopo si ritrovò in una stanzetta, lontano da quella bolgia, schiacciata contro il muro con la testa sollevata a fissare due freddi occhi azzurri.

― Ora toglierò la mano. Non gridate ― disse l’uomo in tono di comando.

Era giovane, alto e forte. Portava una camicia larga, molto sporca, dentro le brache scure, e la sua persona odorava di vino scadente; fissandolo attentamente, tuttavia, la ragazza comprese che non aveva bevuto, e che non doveva essere un carceriere. Lo intuiva dal suo linguaggio e dalla sua pronuncia.

Annuì. Non aveva comunque intenzione di gridare, il suo istinto le diceva che tutto poteva essere meglio di ciò che stava avvenendo fuori.

Lui le tolse la mano dalla bocca, poi la spinse gentilmente in una nicchia di fronte alla porta, dov’erano sistemati un tavolino e una poltroncina. La fece sedere a terra accanto a sé, in modo che i mobili li nascondesse almeno in parte e, solo in quel momento, Margot si rese conto che l’uomo aveva nella mano destra una pistola e la teneva puntava verso la porta.

― Chi siete? Perché... ― mormorò.

― Qualcuno che vuole aiutarvi ― rispose lui, con voce profonda. ― Gilles Delacroix, per servirvi, mademoiselle Saint Vire.

Lei lo guardò stupita.

― Come sapete chi sono? Venite dall’Inghilterra? Ѐ stata forse zia Charlotte a mandarvi?  

Gilles la guardò un attimo senza rispondere. Poi voltò nuovamente la testa verso la porta. Considerava però difficile che qualcuno entrasse in quel momento. L’amico Roland, vestito come lui, nello stesso modo dei carcerieri, stava di guardia dietro la porta. Erano arrivati in tempo per evitare il linciaggio di quella giovane donna, anche se non sapevano cosa sarebbe accaduto al termine di quella sanguinosa giornata.

Margot si trovò a osservarlo. Portava i capelli scuri, lievemente ondulati, tagliati all’altezza della nuca e aveva un bel naso dritto in un volto dalle linee decise. La bocca era ferma, dura, e il mento pronunciato, con una fossetta al centro che sembrava scolpita.

― Vi ho chiesto se vi ha mandato mia zia. Perché non rispondete?― bisbigliò.

Gilles si rilassò e abbassò la mano, senza lasciare la pistola.

 ― Sì, mi ha mandato a cercarvi vostra zia― mentì, voltandosi di nuovo a guardarla. La verità era un’altra, ma non era quello il momento di dirla. ― Sperava che qualcuno della famiglia fosse ancora vivo.

― Sono morti tutti, al castello… tutti tranne me ― mormorò Margot, sentendo di nuovo la sottile vergogna per essere stata l’unica a salvarsi. Nel corso di quei mesi, durante i quali aveva vissuto sola a Parigi, quante volte aveva provato quell’oscuro senso di colpa...

Sembrava un’eternità, ma erano passati soltanto tre anni dalla presa della Bastiglia. Il cambiamento era avvenuto lentamente nei mesi che erano seguiti, e solo dopo l’assalto a Versailles, nell’ottobre dell’ottantanove, dopo che il Re era stato costretto a trasferirsi alle Tuileries, suo padre, il marchese Saint Vire, aveva deciso di portare la sua famiglia nel castello di Pacy, ritenendo la campagna più tranquilla. Era orgoglioso e presuntuoso: disprezzava i borghesi e, soprattutto, il popolino, che considerava ignorante. Era convinto che la Rivoluzione sarebbe finita in un bicchier d’acqua e aveva quindi riso di chi, spaventato dalla situazione politica, aveva ritenuto opportuno lasciare il Paese.

Durante l’anno seguente, purtroppo, numerosi focolai di malcontento avevano attecchito furiosi anche nella provincia, finché anche a Pacy, improvvisamente, la rabbia dei contadini si era scatenata. Il marchese era sempre stato poco generoso con loro, ma niente poteva giustificare la violenza con cui quegli uomini avevano attaccato il castello. Non si poteva perdonare la bestialità con cui avevano infierito sui suoi occupanti, nobili e servitori.

In seguito, Margot aveva pensato che la vita era davvero strana: dopotutto lei era ancora viva soltanto perché, come i contadini, si era ribellata a suo padre.

Quel giorno era bastato uno sbuffo d’insofferenza da parte sua perché il padre la scacciasse dalla sua tavola. In silenzio aveva lasciato la sala da pranzo ma, invece di ritirarsi in camera, come lui le aveva ordinato di fare, era corsa nel parco e si era arrampicata su un grande albero fino a una cavità nascosta dal fogliame. Quel posto era stato il suo rifugio segreto fin da quando era bambina, e lì si era raggomitolata a rimuginare sulla fredda ingiustizia di suo padre.

In un primo momento, quando aveva udito le urla di terrore provenire dal castello, aveva pensato di accorrere: sua madre, sua sorella, i suoi fratelli erano in pericolo, ma la paura l’aveva inchiodata dov’era, quando aveva visto un gruppo di contadini passare sotto l’albero con bastoni, falci, e moschetti; quando li aveva sentiti gridare il loro odio nei confronti dei Saint Vire...

― Come siete riuscita a fuggire?― chiese Gilles. ― E perché mai siete tornata a Parigi?

Margot sospirò piano.

Era stata due giorni interi su quell’albero, senza bere né mangiare, Poi, quando i tumulti si erano placati, spente negli orecchi le grida di tutti i morti trucidati, e con negli occhi gli ultimi riverberi delle fiamme che avevano bruciato il castello, era scesa.

Non aveva idea di dove andare, a chi chiedere aiuto. Non a Pacy, dove tutti odiavano la sua famiglia; e, anche se il pensiero della zia, sposata a un inglese che viveva a Londra, l’aveva sfiorata, la strada per raggiungere la costa era tanta, troppa, nelle sue condizioni. Si era quindi convinta che a Parigi sarebbe passata inosservata, e in città c’era ancora l’avvocato di suo padre: un uomo fidato, fedele alla famiglia, l’unico che avrebbe potuto soccorrerla.

E così era stato. L’avvocato le aveva trovato un posto modesto, dove stare e lì, da madame Deussé, si era fatta passare per la giovane vedova di un fervente rivoluzionario, venuta dalla provincia…

― Sono stata una stupida. Nessuno con i miei natali, con un briciolo di cervello, sarebbe tornato a Parigi senza sapere se poi fosse riuscito uscirne ― disse in tono amaro.

Ogni volta che il sole calava, salutava la notte ringraziando Dio di non essere stata scoperta, perché ogni giorno venivano arrestate persone del suo rango che, come lei, avevano tentato di nascondersi. Aveva cercato di interpretare al meglio la sua parte, ma non era servito ugualmente dopo l’assalto al palazzo delle Tuileries, dopo il massacro delle guardie svizzere, dopo che Parigi era, in pratica, stata messa agli arresti nel settembre del 1792...

― Sta accadendo qualcosa di terribile, là fuori, vero?

Delacroix esitò a rispondere. Damigella Saint Vire era così giovane e fragile con quel corpo sottile e delicato; una creatura da amare e proteggere fino alla morte. Ma era anche sveglia e intelligente, e aveva dimostrato di avere forza di carattere e molto coraggio. Poteva essere sincero.

― Stanno uccidendo tutti. Mandano fuori i prigionieri due o tre alla volta, in pasto alla folla aizzata dai Marsigliesi.

Margot pensò al ragazzo e alla donna incinta. ― Perché?―  Ma sapeva già che era una domanda inutile, che non esigeva risposta. La rivoluzione stava diventando qualcosa di mostruoso di cui non riusciva ormai più a immaginarne la fine.

― Come avete scoperto che ero qui?

― Per caso.

Infatti, solo per caso, in una taverna aveva sentito un fervente giacobino raccontare che era stato dato scacco a un altro ‘sangueblu’. Una certa marchesina Saint Vire, che si era spacciata per la vedova di un patriota.

Ma il caso aveva avuto, nella sua vicenda, una parte ben più consistente. Infatti, Gilles, sbarcato da una nave proveniente dall’America, durante il viaggio per Parigi si era fermato a Pacy, nei pressi di un castello distrutto. Dopo aver dato un calcio a un ciottolo vicino a un cespuglio, aveva notato qualcosa che brillava sotto il sole: un medaglione d’oro, il cui interno racchiudeva la miniatura della più bella fanciulla che avesse mai visto. Aveva guardato ammirato quei capelli ondulati e nerissimi, in splendido contrasto con la pelle d’avorio. Affascinato, aveva sfiorato col dito la bocca piena del colore del corallo e si era perso in quei grandi occhi verdi, vivaci e bellissimi.

Mentre metteva in tasca il medaglione, probabilmente perso durante il saccheggio, aveva sorriso, pensando che l’esecutore della miniatura avesse esagerato, rendendo al meglio i colori e la bellezza di quella ragazza. Più tardi, alla locanda, con abili domande aveva cercato di soddisfare la sua curiosità e aveva scoperto che il castello era appartenuto ai Saint Vire, ormai tutti morti tranne la figlia maggiore, sfuggita a quella che l’oste aveva ritenuto fosse la giusta punizione per tutti gli aristocratici.

Quella sera, aveva estratto la miniatura dalla tasca e l’aveva osservata di nuovo, a lungo. La fanciulla ritratta poteva essere la marchesina Margot Saint Vire? E spesso, nei mesi che erano seguiti, aveva pensato alla ragazza come a un sogno, quasi come a un amore perduto che nessun’altra donna avrebbe potuto eguagliare…

Ma non poteva, in quel luogo e in quel momento, raccontare a Margot quella storia. La fissò ancora. Era dannatamente bella! Incredibile quanto la miniatura fosse fedele all’originale.

Margot si portò le mani agli orecchi, scuotendo la testa. La pesante porta attutiva le grida del popolo e dei condannati, ma erano comunque terribili da sentire. ― Credete davvero di riuscire a portarmi fuori di qui? ― chiese all’improvviso, sollevando su di lui uno sguardo spaventato e implorante al tempo stesso.

Gilles annuì, sperando che il suo volto non rivelasse l’incertezza. Lo aveva creduto, sì. Grazie all’appoggio di un sorvegliante, che aveva corrotto con un po’ di denaro, insieme all’amico Roland era entrato nella prigione con un falso documento di trasferimento per la giovane Saint Vire. Non aveva previsto quello che stava accadendo in quel momento, nessuno avrebbe potuto. A quanto pareva, i marsigliesi erano arrivati alla prigione con l’intento di liquidare tutti quelli che loro consideravano nemici della rivoluzione, non importava che fossero solo sospetti; e i commissari che gestivano quel posto li stavano zittendo con un po’ di ‘carne’, come si faceva con i cani.

L’uomo che aveva corrotto, gli aveva indicato in fretta quella stanzetta, ma, dato l’evolversi della situazione, non aveva idea di come sarebbe riuscito a portare fuori la ragazza da lì.

Margot sapeva che, non appena l’avessero scoperta, sarebbe stata la fine per lei, ma, nonostante tutto si sentiva protetta accanto a quell’uomo. Rimasero in silenzio fino a quando non udirono più nulla, se non dei passi che si avvicinavano.

Gilles si irrigidì al suo fianco, poi, con dolcezza la spinse a sdraiarsi. ― Perdonatemi ― disse piano, e, prima che lei potesse reagire, le sollevò la gonna e le strappò il corpetto, denudandola fino alla vita. ― Se vogliamo salvarci, devono credere che vi ho trascinata qui dentro per un unico scopo!

Le accarezzò i capelli con improvvisa tenerezza. ― Non permetterò a nessuno di farvi del male, ve lo prometto! ― E irresistibilmente attratto da quelle labbra rosse, chinò la testa e la baciò. Un attimo, breve e intenso, poi si ritrasse, stupito per ciò che aveva fatto e sorpreso che lei non si fosse ribellata e avesse risposto. Gratitudine, forse?

Un attimo dopo la porta venne spalancata e Gilles, dopo aver infilato la pistola nel cinturone dietro la schiena, si alzò fingendo di sistemarsi le brache. Guardò entrare Roland seguito dall’uomo che avevano corrotto. Dietro di loro veniva un altro carceriere, un tipo smilzo dalla faccia da faina, che vedendolo con la ragazza fece un passo avanti, subito bloccato da una manata del compagno, che scoppiò a ridere.

― Il bretone ha voluto spassarsela, invece di fare il suo dovere!

Margot cercò di coprirsi il seno con la camiciola strappata. Aveva paura, ma provava un’assurda, cieca fiducia in Gilles: se lui le aveva promesso che non avrebbe permesso a nessuno di farle del male, sarebbe stato così.

Anche Gilles rise. Giustificarsi avrebbe destato solo sospetti. Poi, con un tono di voce improvvisamente rozzo, chiese: ―Sono crepati tutti?

― Certo che no. Ci siamo dati tanto da fare per salvarli!― rispose con cinica ironia lo ‘smilzo’. ― I superstiti saranno trasferiti alla Conciergerie.

Non era certo rimasto colpito che uno di loro avesse prelevato una prigioniera per violentarla. Era quasi una pratica comune fra le guardie. Forse era persino stata lei a offrirsi, per salvarsi.

Gilles valutò se fosse il caso di ucciderli. La porta era vicina, potevano scappare! Si spostò appena di lato e guardò Roland che stava di spalle a quei due, e questi scosse appena la testa.

Si rassegnò, quindi. Probabilmente c’erano molte guardie lì fuori.

― Bene, ma io voglio spassarmela ancora con la mia bella! ― disse allora con arroganza. Si voltò appena, attirò Margot a sé e avvicinò le labbra al suo orecchio: ― Quando chiameranno il vostro nome non rispondete; se non altro, questa carneficina ci tornerà utile. Vi starò vicino, non vi farò arrivare alla Conciergerie. Gridate, ora!― Dopo la baciò ancora. Un bacio breve, sfrontato, fingendo poi di strizzarle un capezzolo, perché la gentilezza, nei confronti di una prigioniera, non sarebbe stata compresa.

 

Margot fu rimandata in una cella, insieme ai pochissimi prigionieri che si erano salvati. Purtroppo, però, dopo alcune ore, fu trasferita alla Conciergerie.

Quando era stata messa sul carro con gli altri, Gilles non era fra i carcerieri. Era stato scoperto? Ucciso? E per la prima volta, da quando era cominciato quell’inferno, non aveva avuto paura per se stessa, ma per lui.

Per tutta la sera aveva pensato soltanto a Gilles. Aveva ripensato con un brivido di piacere al suo bacio, alle sue braccia forti che la stringevano. Lo aveva sognato, persino, nei pochi momenti in cui il suo corpo aveva ceduto al sonno. Nessun uomo l’aveva mai attratta in quel modo.

Due carcerieri entrarono in cella e Margot, con un improvviso sussulto di gioia, riconobbe il volto dell’uomo che si stava avvicinando.  

― Ho temuto per voi ― bisbigliò.

Lui non rispose. La sollevò brutalmente dalla panca su cui era seduta e le strattonò un braccio, dandole della cagna aristocratica. L’attirò poi a sé, e sollevandole il mento di malagrazia, a un centimetro dalle sue labbra, aggiunse: ― Fingetevi spaventata e seguitemi.

― Ehi, bretone... ― gridò poco lontano un altro carceriere. ― Muoviti!

Delacroix la strinse al polso e la trascinò verso l’uscita, mentre lei fingeva di cercare di divincolarsi.

Le pareva impossibile che lui riuscisse a portarla fuori davvero, ma dopo pochissimo tempo erano su una barca con l’uomo che l’aveva scortata alla prigione. Ora sapeva che si trattava di Roland, l’amico di Gilles, e che quindi lui non l’aveva mai lasciata sola.

― Perdonatemi se non ho potuto mantenere la mia promessa.

― Ma mi avete salvata ugualmente, e ve ne sono grata. Dove andremo ora? ― chiese stringendosi intorno alle spalle il mantello, che Gilles aveva preso dal fondo della barca. E innocentemente, senza aspettare risposta aggiunse: ― Mi porterete da zia Charlotte?

Gilles ricordò quanto le aveva lasciato credere. ― Sì, certo... appena sarà possibile. Per ora vi condurrò nella mia casa.

 ― Mi cercheranno, vero?― si limitò a chiedere.

― No. Non mademoiselle Saint Vire, almeno― rispose Gilles. Poi aggiunse: ― Pensate che qualcuno vi abbia riconosciuta alla Conciergerie?

― No... nessuno, credo― bisbigliò lei. ― Non ero ancora stata presentata a corte, quando tutto è cominciato. Le mie conoscenze erano limitate e... nessuno si è interessato a me.

Tutti quelli che conosceva erano morti. E a quel pensiero, vinta dalla commozione, con la testa china cominciò silenziosamente a piangere.

Gilles se ne rese conto. Per un attimo pensò di non interferire, ma vedendola così fragile e infelice, stretta in quel mantello, si spostò per starle più vicino e le circondò le spalle per attirarsela contro, con tenerezza infinita.

― Piangete pure, Margot― le sussurrò sulla fronte. ― Ne avete il diritto.

Margot emise un breve sospiro. Gli posò la testa sul petto e si lasciò andare alle emozioni.

Poco dopo la barca venne portata a riva. Camminarono lungo parecchi vicoli in assoluto silenzio, fino a giungere a una casetta, dove li aspettava una donna che, senza una parola, diede loro degli abiti per cambiarsi.

A Margot fu offerto un abito molto succinto, che lei fissò con stupore, suscitando una breve risata da parte di Roland e l’imbarazzo in Gilles.

― Se dovessi essere spiato, questa notte mi vedranno tornare con una prostituta― disse lui in tono di scusa.

― Capisco… ― Margot esitò. ― Sono... così sudice le prostitute ?― mormorò poi, passandosi una mano fra i capelli.

Corrugando la fronte, Gilles guardò la donna che li aveva accolti, che subito fece un cenno d’assenso.

― Naturalmente no. Avete ragione. Madame Pachen vi aiuterà. Ma dovrete fare presto.

L’acqua era fredda, ma anche così, e in un recipiente appena un po’ più grande di un catino, con un pezzo di sapone da bucato, Margot riuscì a togliere il sudiciume di dosso e a lavarsi al meglio i capelli. Quando tornò nella stanza dove gli uomini l’attendevano, con i capelli umidi che le scendevano come serpentelli oltre le spalle, si sentiva rinata.

Notando la luce calda negli occhi di Gilles fu consapevole di quanto fosse rivelatore il vestito che indossava. Si stupì, però, di non provare imbarazzo sotto il fuoco di quello sguardo, ma una strana eccitazione al pensiero di essere attraente ai suoi occhi.

Gilles le si avvicinò e l’avvolse nel mantello, con fare protettivo ma anche un po’ geloso. Non sopportava che anche Roland la vedesse così. Poi, con molta precauzione, lasciarono la casa per raggiungere una stalla poco lontano, dove erano custoditi due cavalli. Gilles la prese in sella con sé, e dopo aver salutato l’amico che prendeva un’altra direzione, tenendola stretta, raggiunse al galoppo una zona più elegante della città.

Margot aveva creduto che la casa di Gilles fosse un semplice appartamento, invece si trattava di un palazzo, che un tempo doveva essere stato imponente quanto quello dei Saint Vire. Era stato saccheggiato, come probabilmente era accaduto a molti altri; ma una stanza al pianterreno, quella che dai tanti scaffali si riconosceva essere stata una biblioteca, era arredata con qualche mobile e si capiva che era vissuta. Al primo piano c’era solo una camera che poteva dirsi vivibile, e Gilles gliela offrì.

― Ma è vostra ― sussurrò Margot.

― Non preoccupatevi. Dormirò nello spogliatoio qui a fianco, se non vi dispiace. Non posso offrirvi di meglio ― continuò poi in tono di scusa. ― Questo è ciò che rimane di palazzo Delacroix.

Margot, che aveva posato il mantello sul letto, si voltò di scatto. ― Ѐ vostro? E potete abitarlo?

― Col permesso dei giacobini, sì. ―. Esitò. ―Credo di dovervi delle spiegazioni, Margot.

Le rivelò, allora, di essere francese di nascita e americano d’adozione. Convinto assertore delle idee di Rousseau, sulle quali, dopotutto, si fondava il principio di libertà e uguaglianza dei rivoluzionari, era stato disconosciuto dalla sua famiglia e a diciotto anni aveva lasciato la Francia per l’America, combattendo, poi, per la sua indipendenza.

Dopo anni era tornato in Patria per due motivi: offrire, per quanto poteva, un aiuto al suo paese, e rivedere i suoi familiari. Ben presto si era reso conto di non credere più nella rivoluzione; non in quel potere soverchiante, non nel terrore che seminava, ed era stato felice di sapere che, morto suo padre prima di vedere il suo mondo distrutto, la sua matrigna e le sue sorelle si erano messe al sicuro in Belgio.

Quella non era la Francia che aveva sognato di trovare, e quando Roland Boulanger, un vecchio amico che come lui aveva creduto in una rivoluzione giusta, lo aveva contattato, aveva accettato di aiutare un gruppo ben organizzato a salvare dalla prigione molte persone, per farle uscire poi dalla città e dal Paese. Sfruttando le sue conoscenze presso i giacobini, che ora detenevano il potere a Parigi, aveva potuto aiutare l’amico e quella povera gente, sfuggendo, fino a quel momento, a ogni sorveglianza...

― Infine, anche se aiuto qualcuno a salvarsi, sono, di fatto, un traditore per chi ancora ha fiducia in me ― terminò Gilles con amarezza.

― Non siete un traditore, Gilles!― esclamò la giovane donna con impeto. ―Voi siete dalla parte giusta. Non era in queste mani che volevate la Francia!

― Sì. Questa non è più la mia patria. Prima o poi tornerò in Virginia. So quello che è accaduto alla mia famiglia e mi basta. Qui non c’è più nulla per me, e penso che le cose peggioreranno ancora.

La guardò e sorrise. ― Farò in modo che possiate partire per l’Inghilterra al più presto.

Margot sospirò. Aveva una strana voglia di piangere, ma certo era imputabile a quella terribile giornata.

― Mi manderete via subito

― No. Non subito.

Avrebbe potuto sistemarla in una di quelle case in cui l’organizzazione mandava i rifugiati; ma non aveva voluto rinunciare ad averla vicino, anche se solo per pochi giorni. Voleva essere egli stesso a proteggerla. ― Forse è meglio che riposiate, ora.

Dopo quello che aveva passato avrebbe dovuto addormentarsi subito, invece, sdraiata al buio sul letto di Gilles, col corpo nudo avvolto nel lenzuolo, Margot non riusciva a pensare ad altri che a lui.

Lo aveva guardato lasciare la camera e lo aveva sentito sdraiarsi sul sofà nello spogliatoio a fianco, ma era certa che non stesse dormendo. Averlo così vicino, la faceva sentire al sicuro e la eccitava allo stesso tempo. Si chiese cosa pensasse di lei e se la trovasse graziosa. Fantasticò anche su cosa sarebbe accaduto se non ci fosse stata la rivoluzione e si fossero incontrati a un ballo. Chissà, se l’avrebbe corteggiata? Scosse la testa. La rivoluzione, purtroppo, c’era stata, e aveva travolto tutta la Francia.

All’improvviso la colpì un pensiero. Quando zia Charlotte aveva potuto chiedere l’aiuto di Gilles? Lui aveva detto di essere sbarcato in Francia da una nave proveniente dall’America, e la sua collaborazione con i controrivoluzionari era recente.

Si alzò e infilò in fretta una vestaglia che lui le aveva lasciato e a piedi nudi si avvicinò alla porta che divideva la camera dallo spogliatoio. La spinse piano, chiamandolo a bassa voce.

Vedendola entrare, Gilles, si sollevò di scatto, perplesso. Aveva lasciato una candela accesa nella stanza, e, per un momento, rimase senza parole. Margot era bellissima con quella massa di capelli neri che si arricciavano intorno al viso. Innocente, mentre gli si avvicinava con la sua vestaglia addosso, inconsapevole di come questa rivelasse le sue forme deliziose e di come si aprisse sulle gambe nude ad ogni passo. Ignara dell’ondata di desiderio che poteva provocare in un uomo.

― Io... volevo chiedervi... ― Esitò, imbarazzata, improvvisamente cosciente di essere quasi nuda davanti a un uomo. Un uomo che l’attraeva, anch’egli in parte svestito, con la camicia aperta fino alla vita dentro le brache attillate. ― Volevo… sapere come abbia potuto, zia Charlotte, mettersi in contatto con voi.

Lui annuì. Doveva aspettarselo, dopotutto. Ma dopo averle raccontato dei suoi ideali e i suoi tradimenti, doveva anche rendersi ridicolo dicendo a quella ragazza che l’aveva salvata perché si era innamorato della sua miniatura? Tuttavia doveva dirle almeno in parte la verità, perché lei era tutt’altro che stupida.

― Sedetevi, vi prego― . E quando lei, ubbidiente e fiduciosa, lo fece, le mostrò il medaglione.

Lei lo prese fra le mani, emozionata. ―Apparteneva a mia madre. Dove lo avete trovato?

Gilles le raccontò di quella sosta a Pacy, della sua curiosità riguardo ai Saint Vire, e di come, per caso, solo pochi giorni prima avesse sentito che una della famiglia era stata presa.

― Ormai la ragazza del ritratto era un’amica― aggiunse sorridendo. ― Non ero certo che la donna della miniatura fosse la stessa, ma... dovevo liberarla.

Margot annuì appena, sedendosi sul sofà, mentre lui si accostava alla finestra. Ecco, ora sapeva. Lui l’aveva salvata perché aveva voluto, non perché gli fosse stato chiesto. Era molto, molto più bello, così.

Gli occhi le si chiusero, eppure non aveva sonno.

Quando Gilles tornò a voltarsi la trovò addormentata. Si avvicinò e con delicatezza le sfiorò una guancia in una lunga carezza. Poi le si sedette di fronte e rimase a fissarla a lungo.

 

Fu solo dopo alcune ore che Margot si destò, svegliata da voci dai toni alterati. Era ancora notte e si sollevò spaventata. Intuì che provenivano dal basso e in silenzio, dopo essere uscita dalla stanza, si avvicinò alla balaustra.

― Non ho mai sentito niente di più assurdo― stava dicendo Gilles a un uomo biondo e snello. ―Mi stai accusando di aver fatto fuggire un prigioniero dalla Conciergerie?

― No... no, dannazione! Sto dicendo che una piccola aristocratica è riuscita a scappare e che tu, ieri sera, sei stato visto rientrare a cavallo con una ragazza.

Gilles sorrise ironico. Il sospetto era diventato l’anima nera di Parigi.

― Davvero? Sono un monaco per non potermi portare a casa una sgualdrina? E quindi... sono controllato, ora ― continuò freddo, lanciando un’occhiata ai due uomini che stavano alle spalle del giovane biondo.

L’altro, imbarazzato, sospirò, passandosi una mano fra i capelli.

― Stanno accadendo molte cose, Gilles... E quindi, ti sei portato a casa una prostituta?

― Devo giustificarmi?― replicò pronto Gilles, sperando che Jacques non volesse vederla. Margot non sarebbe stata in grado di...

― Che cosa succede?― chiese una voce languida proveniente dall’alto della balaustra.

Gilles sollevò la testa di scatto e guardò sorpreso la giovane donna che, avvolta in un lenzuolo, scendeva lentamente lo scalone. Il piccolo candeliere che aveva in mano le illuminava il viso e i capelli arruffati, dando loro riflessi rossastri. Mostrava molto di sé: le spalle nude e quasi completamente i seni, come avrebbe fatto una vera prostituta.

― Perché ti fai aspettare tanto?― sussurrò Margot avvicinandosi a Gilles, strusciandosi contro di lui. Poi guardò Jacques. ― Un amico?― aggiunse. E poi, provocante: ― Resterete anche voi?

Jacques rise. Quella ragazza non poteva essere l’aristocratica fuggita dalla prigione. Dannate sgualdrine, erano tutte uguali: avide e senza ritegno, pensò, con una punta di simpatia. Guardò uno degli uomini che lo accompagnavano: ― Ѐ lei che hai visto?― E quando quello annuì tornò a osservare la giovane donna. ― Non credo, cittadina, che l’amico Delacroix voglia dividerti con altri, per stanotte. Dimmi solo dove potrò trovarti― aggiunse allungando una mano per toccarle un seno.

Gilles si irrigidì e Margot mascherò con una risatina il sussulto offeso che quel tocco aveva provocato.

― Quando mi sarò stancato di lei ― replicò Gilles ― Sempre se non deciderai di farmi arrestare perché mi sono portato a letto una prostituta.

Jacques rise ancora. Quella ragazza era davvero molto bella e comprendeva che Gilles volesse tenerla tutta per sé. Si fidava di lui. Delacroix aveva sfidato il padre, perso la sua eredità prima che tutti i loro averi fossero confiscati, e combattuto per l’indipendenza degli americani. Non c’era motivo che si rovinasse per aiutare quelle sanguisughe che per secoli avevano sfruttato il paese. Se fosse dipeso da lui, non lo avrebbe mai fatto sorvegliare ma... si strinse nelle spalle. Ormai erano sorvegliati quasi tutti; forse anche egli stesso! ― No, naturalmente ― .  Poi fece un cenno ai suoi tirapiedi e, dopo essersi inchinato in modo esagerato a Margot e averle mandato un bacio sulla punta delle dita, se ne andò.  

Margot si lasciò guidare fino alla biblioteca e accettò il bicchiere di cognac che Gilles le offriva. ― Sono stata brava? Pensate mi abbiano creduto?

― Una vera attrice, sì. Per stanotte avete confuso Jacques, ma domani... domani dovrò mandarvi in un posto più sicuro.

― Io voglio stare con voi!― disse la ragazza d’istinto, posando il bicchiere e avvicinandosi a lui.

Gilles la guardò stupito. Era possibile che il sogno diventasse realtà?

Lei gli accarezzò una guancia ruvida, poi si sollevò sulle punte per sfiorargli il mento con le labbra. ―  Voglio stare con voi ― ripeté.

Un attimo dopo erano stretti l’una all’altro e si baciavano con desiderio e passione. Gilles la liberò del lenzuolo e per un lungo attimo ammirò affascinato il suo corpo, poi la prese in braccio e la depose delicatamente sul sofà. La baciò ancora e ancora, ma all’improvviso, riprendendo il controllo, si staccò da lei. Non poteva farle una cosa simile. Non poteva approfittarsi così di una donna che stava proteggendo! E poi... avrebbe avuto il coraggio di lasciarla andare dopo averla avuta?

― Gilles, perché...

― Perché presto dovremo separarci― disse lui coprendola di nuovo.

Margot arrossì. ― Avete già una moglie, una...compagna?

― No, Margot. Sono libero. Ma non posso approfittarmi di voi. Anche se Dio solo sa quanto vorrei potervi amare.

Lei si sollevò, attirandolo di nuovo a se. ― Oh, Gilles...― bisbigliò ― siete sicuro che riuscirete a farmi salire su una nave e farmi uscire dalla Francia? Non mentitemi, vi prego!

― No, non ne sono sicuro ― ammise lui.

― Quindi, forse mi uccideranno. O, magari, sarò imprigionata di nuovo e, prima o poi, violentata. Gilles...non ho mai fatto l’amore in vita mia e... vorrei tanto farlo con voi, se lo volete davvero...

Lui emise un gemito rauco mentre la stringeva a sé. Come poteva resisterle? Come poteva rifiutare un simile dono? E mentre con dita esperte spaziava con dolce impazienza su quel corpo morbido, pensò che le poche ore che restavano della notte le avrebbe passate cercando di rendere felice quella giovane donna che, forse, come lui non avrebbe avuto un domani.

 

Non fu facile, poi, spezzare quella dolce intimità e costringersi poi ad alzarsi e per affrontare il giorno. Soprattutto quando Margot allungò le braccia per attirarlo di nuovo a sé. Ma Gilles sapeva che non c’era più tempo. Ci aveva pensato e sapeva che se gli uomini di Robespierre sospettavano di lui, nonostante le spiegazioni date sarebbero tornati. E se ancora si fossero lasciati convincere, sarebbero comunque tornati di nuovo. Ormai era bruciato.

Consapevole quindi che non sarebbe tornato mai più e decidendo di rifugiarsi con Margot in una delle case sicure, prese tutto il denaro che aveva e guidando il cavallo al piccolo trotto uscì in strada come se non avesse niente da nascondere. Attraversò vari vicoli senza una meta precisa per scoprire se fossero stati seguiti, e infine lasciò il cavallo nella stalla di una locanda nei pressi di un mercato, uscendo poi dal retro e perdendosi con la sua compagna fra la folla.

Nonostante l’aiuto di Roland e i suoi contatti, passarono parecchi giorni prima che riuscissero a lasciare Parigi. Dopo fu tutto più facile. Un americano che viaggiava con la sua timida moglie non era malvisto, e una volta a Le Havre riuscirono a prendere un peschereccio per Portsmouth, in Inghilterra.

 

Durante quei giorni, divennero un’anima sola. Gilles, già affascinato dal ritratto, conoscendo la fanciulla reale non aveva potuto che amarla di più. A lei, pareva di averlo sempre avuto nel cuore, e avrebbe rifiutato di lasciarlo, una volta a Londra, se non fosse stata certa che lui sarebbe tornato a prenderla, per portarla con sé in America.

Bastarono, però, poche settimane per far comprendere a Gilles che la speranza di accompagnare Margot in Virginia  era un sogno difficilmente realizzabile.

Certo, lui era di nobili origini; dopo la morte del padre era divenuto il quinto conte Delacroix, ma era tutto ciò che restava di un’antica famiglia. Possedeva del denaro, e anche una vasta proprietà, in Virginia, ma non sarebbe stato nulla rispetto a ciò che potevano offrire altri uomini a una moglie.

Avrebbe potuto lottare per averla, ma, a un ricevimento, lady Charlotte gli fece sapere come stavano le cose e cosa desiderava per la nipote.

― Guardatela com’è felice, dopo tanta miseria. Ѐ tornata a vivere dopo quello che le è accaduto ―. La signora sollevò la testa e,  da dietro il ventaglio, lo guardò con aria comprensiva. ― Sono sicura che siate innamorato di lei, chi non lo sarebbe, ma Margot può scegliere qualsiasi uomo. Non è solo bella, ma anche molto ricca. Suo padre, pur non credendo che la rivoluzione potesse spingersi a tanto, si era lasciato convincere a investire del denaro in Inghilterra, quando ancora era possibile.

― Non ne ero informato. Ma a me non interessa il suo denaro― replicò lui, ruvido.

La signora sorrise. ― Ne sono certa, mio caro amico. So che avete rinunciato ai vostri beni quando questi non erano ancora stati sottratti alla vostra famiglia. Ma non sarà quello che la buona società penserà. Sì, sono consapevole che avete un titolo prestigioso e che non siete qui come molti altri nobili francesi, giunti in Inghilterra senza nulla dopo la rivoluzione, tuttavia… ― Gli posò la manina ingioiellata sul braccio, mettendo a nudo i suoi dubbi: ― Lasciatela libera di scegliere al meglio. Non legatela ai ricordi della sofferenza, all’eccitazione di una fuga... a una perpetua gratitudine! Margot è sempre felice di vedervi, ma ho notato un certo interesse per lord Stanford.

Gratitudine? Poteva essere quello a unire Margot a lui? Cosa poteva darle, a paragone di lord Stanford? Sì, forse tenendola con sé un giorno intero, amandola come aveva fatto quella notte a Parigi e durante tutte le altre che erano seguite, avrebbe potuto convincerla che era soltanto lui l’uomo che voleva. Magari avrebbe potuto perfino rapirla e lei avrebbe considerato la cosa molto romantica; ma quando si fosse trovata in una terra straniera, in un mondo più modesto che non era suo, probabilmente avrebbe rimpianto quello che aveva perduto e, forse, lo avrebbe odiato. Senza contare che avrebbe potuto considerarlo un cacciatore di dote, come con tanto charme aveva alluso lady Holdbridge.

Cercò lo sguardo di Margot, forse sperando che lei sentisse il suo bisogno di rassicurazione e che lo ricambiasse, ma in quel momento stava danzando proprio con lord Stanford, ed era lui che guardava in quel momento.

― Io posso farla felice ― disse con una punta di ostinazione. Tuttavia, subito rassegnato, aggiunse:  ― Ma le lascerò la possibilità di scegliere.  Sarà come lei vorrà.

Da quella sera diradò le sue visite a Holdbridge House e infine evitò di cercarla. Trovò una nave che lo avrebbe riportato a casa e due giorni prima di partire le mandò una lettera di congedo.

 

Era tormentato al pensiero di lasciarla e non vederla più.  Ma lei non gli aveva mai scritto per chiedergli spiegazioni del suo comportamento e, forse voleva sentirsi libera di scegliere. Lui desiderava che fosse felice, anche se con un altro e, probabilmente, lo sarebbe stata con lord Stanford. L’aveva vista uscire in carrozza con lui, quel mattino, e guardandola da lontano, nascosto come un ladro, l’aveva vista sorridere allegra, come se si fosse dimenticata di lui, di tutto.

Qualcuno bussò alla porta e si sollevò di scatto dalla poltrona quando, al suo invito a entrare, vide una visione in abito color lavanda sulla soglia.

― Margot... cosa fai qui, da sola!

La giovane donna avrebbe voluto volargli fra le braccia, ma lui sembrava sorpreso e irritato. Forse lui non l’aveva mai amata se aveva potuto stare lontano da lei per tante settimane. Come avrebbe potuto, altrimenti, mandarle quella fredda lettera in cui le annunciava la sua immediata partenza, come se avesse dimenticato la passione e la complicità che li aveva uniti?

Aveva resistito dal cercarlo soltanto per orgoglio. Zia Charlotte le aveva detto che forse Gilles desiderava tornare in America senza di lei. Le aveva spiegato che alcuni momenti della vita vissuti pericolosamente, potevano confondere idee. Potevano far vedere l’amore dove, invece, c’era solo una banale infatuazione.  Le aveva fatto notare quanto fosse adatto a lei lord Stanford, quanto fosse attraente e amabile; qualità che lei non poteva negare. Ma non era Gilles, non era il suo amore, e ora era lì, rinunciando al suo orgoglio, per vederlo un’ultima volta. ― Te ne volevi andare senza salutarmi... ― bisbigliò.

― L’ho fatto con quella lettera, speravo bastasse.

Margot si morse nervosa il labbro inferiore. Dio! Perché lo aveva cercato! Lui se ne andava. Non la voleva! ― Immagino sarai felice di tornare nella tua casa! ― esclamò disperata, trattenendo a stento le lacrime e incontrando uno sguardo desolato. ― Io... io sposerò Lord Stanford― disse vendicativa, ma con voce tremante.

― Ti auguro di essere felice!― replicò lui, rigido. Doveva rinunciare a lei per saperla felice ma, dannazione, era difficilissimo.

E allora vattene, vattene!― gridò Margot aggrappandosi a quel briciolo d’orgoglio che le era rimasto, dandogli una rabbiosa pacca sul petto. ― Non voglio più pensare a te, sapere che esisti! Non voglio ricordare di averti amato tanto, né che mi ero illusa che anche per te fosse lo stesso! Evidentemente mi sbagliavo.

Irresistibilmente lui tese le braccia per attirarsela contro e confortarla. ― Nessuno può amarti come ti ho amato, come ti amo ― le bisbigliò in un orecchio. ―Ma cosa posso offrirti, quando puoi avere il mondo ai tuoi piedi.

E l’amore? L’amore non contava? Rincuorata da quelle parole, pronunciate in modo così appassionato e rassegnato al tempo stesso, cercò lo sguardo azzurro che tanto amava. ― Non voglio niente, Gilles. Solo te. Dimmi, ti prego, che non mi lascerai più sola. Mi sei mancato così tanto…

Gilles la strinse più forte. Aveva rischiato di perderla per stupido orgoglio e dannata gelosia! ― Mai più, amore mio. Anche a costo di rapirti, se la tua famiglia non vorrà accettare il nostro matrimonio. Ora che so che mi vuoi, che non si tratta solo di gratitudine, niente mi fermerà, e tu salirai con me su quella nave.

Margot sospirò felice. Quello che le aveva appena detto la faceva stare finalmente bene. Dio… le sembrava di uscire da una buia galleria, il cui percorso era durato settimane. Dopo sollevò il viso e schiuse le labbra per concedersi ai suoi baci.

Niente li avrebbe più divisi, e da quel momento sarebbero stati insieme per sempre.
 

 

 

 

 

 

 
 


Torna a Extra